Negozi chiusi di domenica, a rischio 400 mila posti di lavoro

Cornelia Mascio
Luglio 15, 2018

Il punto di partenza, ha detto Cominardi, resta l'originaria proposta di Michele Dell'Orco, deputato 5 Stelle (oggi sottosegretario alle Infrastrutture), che nel 2014 firmò un ddl che obbligava i negozi alla chiusura per almeno 6 festivi all'anno.

Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa (M5S), ha avanzato la proposta di legge per le aperture 'contingentate' degli esercizi commerciali nei giorni festivi. Una proposta che ha fatto subito parlare.

"Su 52 domeniche i negozi potranno restare aperti solo 12 festività all'anno". Le aziende saranno costrette a licenziare, l'intero comparto perderà 400mila posti di lavoro e il 10% del fatturato. E Resca riflette: "Siamo il Paese che detiene il record mondiale di siti Unesco, l'Italia è un museo a cielo aperto, quali sono i criter per stabilire le città a vocazione turistica?"

Il Governo mette mano al lavoro nei giorni festivi.

All'articolo 1 della proposta di legge si dispone "il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l'obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell'esercizio, che svolge un'attività commerciale come individuata dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, ubicato nei comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte" e inoltre stabilisce che "le attività di somministrazione di alimenti e bevande non sono soggette ad alcun obbligo di chiusura domenicale o festiva" e infine che "il piano per la regolazione dei giorni di apertura di cui al comma 3 prevede per ogni comune l'apertura del 25 per cento degli esercizi commerciali per ciascun settore merceologico in ciascuna domenica o giorno festivo, comunque non oltre il massimo annuo di dodici giorni di apertura festiva per ciascun esercizio commerciale". Se Ancc/Coop condivide una nuova regolamentazione per trovare "un nuovo equilibrio tra le esigenze dei consumatori e quelle dei lavoratori", l'Associazione nazionale cooperative dettaglianti Ancd/Conad è convinta che "fare un passo indietro" e farlo "proprio in un momento in cui la distribuzione organizzata subisce la concorrenza sleale dell'e-commerce, significherebbe mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e privare i cittadini di un servizio prezioso". "Gli acquisti non sono di necessità ma di impulso, la gente consuma se ne ha l'opportunità, ma se i negozi sono chiusi rinuncia e non compra". "Il turismo gode di ottima salute, ma i turisti arriveranno nelle nostre città e troveranno i negozi serrati".

Invece, Confcommercio ha dichiarato: "Disponibile al confronto con il governo che chiede la reintroduzione di una regolamentazione minima, a nostro avviso indispensabile per il mantenimento del pluralismo distributivo e come migliore garanzia per lo sviluppo delle imprese di ogni dimensione". "I fatti - spiegano - ci hanno dato ragione, la deregolamentazione totale degli ultimi anni non ha prodotto particolari effetti sui consumi e sull'occupazione, né ha incrementato la concorrenzialità del settore, peraltro già ampiamente liberalizzato da tempo".

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