La famiglia Renzi coinvolta nell'inchiesta sui fondi per i bambini africani

Remigio Civitarese
Agosto 10, 2018

I capi d'imputazione sono pesanti: si va dall'autoriciclaggio all'appropriazione indebita aggravata e toccano anche Andrea Conticini (indagato per riciclaggio), noto alle cronache per essere nientemeno che il cognato di Renzi.

Quel che è emerso dalle indagini della Guardia di finanza e dalle rogatorie all'estero disposte dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal sostituto Giuseppina Mione è tuttavia piuttosto allarmante. Queste operazioni risalgono al 2011.

Alla Eventi 6 sono giunti 133 mila euro, alla Quality Press Italia 129 mila, alla Dot Media 4 mila. I soldi fanno parte dei finanziamenti che Unicef, Fondazione Pulitzer e alcune onlus americane e australiane avevano destinato all'associazione Play Therapy Africa Limited per attività di assistenza a bambini africani.

L'inchiesta è partita nel 2016 sulla base di alcuni segnalazioni bancarie su trasferimenti di denaro sospetti.

La procura ritiene che una parte del denaro sia inquadrabile quale compenso di Alessandro Conticini, di sua moglie e dei loro collaboratori, ma non nelle proporzioni rilevate nei passaggi dai conti della società in quelli personali di Conticini.

La somma contestata è pari a 6,6 milioni di euro. L'avvocato Bagattini, che difende i tre fratelli con la collega Chiara Zecchi di Bologna, afferma che tutto è puntualmente spiegato in una memoria che verrà depositata alla conclusione delle indagini preliminari. L'inchiesta per appropriazione indebita nei confronti dei tre Conticini rischia di arenarsi senza una querela della parte lesa. Gli amministratori non sono però informati che per procedere dovranno presentare formale denuncia - dopo la riforma varata lo scorso aprile dall'allora ministro Andrea Orlando - e per questo si è deciso di trasmettere formale avviso. Secondo una prima ricostruzione, avrebbero ricevuto generose donazioni da varie onlus, tra cui Unicef e Fondazione Pulitzer per finanziare attività benefiche per i bambini africani ma, invece di spedire i soldi raccolti nei Paesi previsti, li giravano sui propri conti bancari.

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