Brexit: cosa può succedere adesso dopo la bocciatura del No Deal?

Remigio Civitarese
Marzo 16, 2019

Un mercato - quello inglese - che nell'ultimo decennio (2001-2017) ha visto aumentare i propri acquisti di prodotti del made in Italy del 43%, ben più di quanto fatto nei confronti dei nostri concorrenti francesi o olandesi, ma meno rispetto a quelli spagnoli o tedeschi (+55%).

Intanto il presidente Usa, Donald Trump, si è detto "sorpreso" di vedere fino a che punto i negoziati sulla Brexit vanno "male": "Penso che si sarebbe potuto negoziare in modo diverso, francamente", ha detto, definendo una "vergogna" la situazione caotica fra Regno Unito e Unione europea.

Prima del voto sulla mozione del governo è stato bocciato un primo emendamento trasversale a favore di un secondo referendum sulla Brexit, presentato per collegare la richiesta di un rinvio dell'uscita dall'Ue - proposta in una mozione che andrà al voto successivamente - alla convocazione di una nuova consultazione referendaria ("People's Vote") dopo quella del 2016.

Il Parlamento britannico ha bocciato l'accordo proposto da Theresa May con l'Unione Europea, ma ha contemporaneamente anche escluso un'uscita senza accordo. Lo ha annunciato il Governo.

Ue: "Non basta dire no al no deal" - La Commissione europea, infatti, si è rivolta ai parlamentari britannici dei Comuni, dichiarando che "non basta votare contro il no deal, dovete trovare un'intesa per un accordo".

"Una delle grandi questioni a cui gli investitori guardano con attenzione è quale motivazione esattamente il Regno Unito presenterà all'Unione Europea per giustificare un'estensione dell'articolo 50 - dice Stephanie Kelly, economista di Aberdeen Standard Investments - Il problema è che, con il Parlamento così diviso sulla questione Brexit, non è chiaro chi abbia esattamente l'autorità sufficiente per presentare una ragione chiara e convincente". Difficile anche questa, ma nessuno vuole la responsabilità di un addio senza accordi commerciali e per lo spostamento e i diritti delle persone. Forse un tentativo di portare gli euroscettici all'accordo prima del Consiglio europeo del 21 marzo per evitare di dilazionare e annacquare la Brexit. La scadenza 29 marzo - data da sempre indicata come quella per il "leave" ufficiale - è quindi impossibile da rispettare, e al momento i dubbi vertono sulle caratteristiche del rinvio scelto. Se questa votazione non avesse successo la Hard Brexit sarebbe vicina e Londra si è già preparata eliminando i dazi su quasi il 90% dei prodotti. Lo sostiene l'ex premier Tony Blair, ma questo piano non ha una maggioranza in Parlamento.

Se l'accordo May dovesse essere affossato per la terza volta (il 12 marzo lo scarto è stato di 149 voti), la premier - come scritto nella mozione approvata - chiederebbe alla Ue un rinvio più lungo, di circa un anno. Non è detto che vincano i laburisti pro Ue e i conservatori potrebbero essere guidati da un euroscettico come Boris Johnson.

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